Mariano Cavalluccio e il pesce parlante

La necessità ti fa fare le cose che devi e non quelle che vuoi.

Mariano Cavalluccio doveva fare il pescatore, ma voleva fare il contadino. Tutta i maschi della sua famiglia avevano sempre fatto i pescatori e le donne avevano sempre lavorato nell’industria della conservazione del pesce. Addirittura si diceva che il suo bisnonno, Ermete Cavaluccio, fosse stato un baleniere. Suo padre, Peppino, diceva che era addirittura andato a caccia del fantastico capodoglio da cui era nata la leggenda di Moby Dick, ma questo succedeva dopo il settimo bicchiere del loro vino. Una spremuta di uva che sapeva di terra, sole e quel poco di brezza di mare che risaliva la collina.

Ecco: la collina. Quello si che era il habitat naturale, là poteva mettersi a zappare, stare con i piedi nella terra, non solo su di essa. Altro che quella sabbiolina che la gente chiamava rina di mare. A Mariano Cavalluccio non è che non piaceva il mare in assoluto. A lui piaceva andare sulla spiaggia, farsi il bagno, nuotare, giocare a pallone sulla spiaggia e magari leggersi pure un libro sugli innesti e le potature, ma il mare che conosceva lui era un’altra cosa. Non c’erano ombrelloni mentre te ne stai solo tu alle quattro di notte in attesa di un pesce che non voleva abboccare, ‘nu friddu chi mancu ‘i cani. E poi la fatica, i remi se il motore ti fa qualche scherzetto, perché lui mica si poteva permettere un vero motore. Lui era nato terragno, può capitare anche nelle migliori famiglie. Tutti avvocati, notai, medici e poi un figlio o una figlia fanno un altro mestiere.

A lui piaceva pure fare l’olio, oltre al vino e al pane. Perché non poteva restare sulla terra ferma a fare questo mestiere?

“Domani il tempo è buono, usciamo in barca.”

Gli disse Peppeino Cavaluccio. Mariano stava intagliando un pezzo di legno e a quelle parole per poco non si taglia un dito.

All’alba del giorno dopo, i due uomini caricarono la barca e uscirono in mare. Quando furono a largo, presero le lenze e cominciarono a fare quello che c’era da fare, uno di spalle all’altro.

Mariano mise il suo terzo pesce nel secchio, quello lo guardò in faccia e sembrò gorgogliare qualcosa:

“Ma pecchì ‘un ce lassi fricare.” sembrò di sentire il giovane pescatore.

“Forse mi sono  impressionato.”

Il quarto pesce senza dimenarsi, lo guardò e disse chiaramente:

“Ma io ti viegnu a ruvinare ‘e matinate cu’ n’amu pizzutu?”

Mariano Cavalluccio buttò il pesce nella barca:

“Papà!”

“Eh?”

“Il pesce ha parlato.”

“Ma che vai dicendo? Piglialo e mettilo nel secchio.”

“Ti dico…”

“Mi fai pescare in pace.”

Mariano prese il pesce:

“Bravo sta’ a sentere sempre a parta.”

“Tu non stai parlando.”

“No, te lo stai sognando.”

“Appunto.”

“Come l’orto: te lo sogni. E poi vieni qui a rompere ’e scatule a noi.”

Un tuono squarciò il cielo.

“Dobbiamo rientrare. Ricogliumu tutte ‘e baghettelle e jamu.”

Mariano si lanciò ad accendere il motore, ma quello non ne voleva sapere niente. A voglia a tirare il filo.

“Spostate.” disse il padre, ma pure lui non riusciva a far funzionare quel maledetto motore.

Il mare iniziò a ingrossarsi. Le onde sempre più grosse iniziarono a far saltare la barca. In un minuto, Mariano e suo padre erano in balìa delle onde. Il motore era tutto bagnato e decisero di chiudere la barca alla meglio mettendosi sotto una cerata di plastica. I peschi erano scappati via tutti, saltati fuori dalla barca. Tranne l’ultimo che avevano pescato, quello più filosofo.

Mariano Cavalluccio iniziò a pregare tutti i santi che conosceva chiedendo disperatamente di essere tirato fuori da quella tempesta. Caso mai la grazia di farlo lavorare solo sulla terra ferma l’avrebbe chiesta direttamente il giorno del Santo Patrono, mo’ era meglio raccomandarsi la pelle. Suo padre invece pregava solo e solamente San Francesco di Paola che era il santo dei marinai e dei pescatori, promettendo una gita al santuario con tutta la famiglia, ceri, opere di bene e niente più bestemmie. Manco se gli s’infilava un ago sotto un’unghia.

La litania continua dei due pescatori venne interrotta da una voce:

“Vinditi pane e verdure e lassate stare i pisci.”

Mariano si attaccò al padre, quello disse:

“Che c’è?”

“Il pesce ha parlato di nuovo.”

“Maria’ i pesci non parlano.”

“Non è proprio vero. I ronghi parlano” disse il pesce.

Il padre di Mariano dischiuse le mani:

“Ti pare momento ‘i pigliari pe’ ‘ru culu?”

“Io non vi prendo in giro. Vi dico solo che vi conviene fare l’orto, il vino e l’olio. Lassatici stare cu’ sa’ pisca che ‘unne arte vostra.”

Peppino Cavalluccio mise la faccia nel secchio. Il pesce fece:”Buh!”

L’uomo si buttò all’indietro e per poco la barca non si rovesciò.

“Peppino Cavalluccio lo prometti che fai cucinare a tuo figlio quando torni i prodotti dell’orto?”

“Si.”

“E che vi mettete nell’agricoltura e lasciate stare i pesci?”

“Pure.”

“Pe’ mia basta accussì.”

Improvvisamente la tempesta cessò. Peppino e Mariano levarono la cerata e furono accecati da un sole bellissimo che usciva fuori dalle nuvole bianche e soffici come non ne avevano mai viste.

“Vabbuò, mo’ me ne salto da solo.” Il rongo saltò in acqua

“Mi raccomando. Stasera sulu pipi, patate e melanzane. Le potete fare fritte, che le patate bollite gonfiano.”

Peppino abbracciò il figlio.

“Mi raccomando: tagliate tutto a strisce grandi, poi friggete ogni singolo ortaggi e po’ li frijite assieme.”

“Grazie!” dissero insieme i due Cavalluccio.

Accesero il motore e ritornarono a casa.

Arrivati a riva raccolsero tutte le loro baghettelle e poi Cavaluccio padre disse:

“Non una parola con nessuno.”

“Secondo te voglio passare per pazzo?”

Arrivati a casa Mariano Cavalluccio prese nell’orto patate, peperoni e melanzane. Andò in cantina e se ne tornò in casa con due litri di vino e uno di olio.

Il vino se lo verso in un bicchiere, bello, rosso e fresco fresco come una rosa. Tagliò le melanzane a strisce grandi, poi i peperoni nella stessa maniera e infine le patate. Si mise a friggere gli ortaggi uno per volta. Le patate a pasta gialla profumavano della terra nere in cui erano cresciute e pasciute. Appena messe nell’olio bollente diventarono subito dorate. Le melanzane con la buccia viola e l’interno bianco senza semi, si fecero subito croccanti. Mariano ne assaggiò una per vedere se fosse cotta. Aveva il sapore del sole: dolce e asciutta. I pipi erano ‘na squisitezza. Tagliandoli se n’era infilato un paio di pezzettini in bocca, avevano scrocchiato in bocca. Nella padella il profumo zuccherino aveva coperto sia quello delle melanzane che quello delle patate. Man mano che friggevano nell’olio, il colore verde diventava più brillante e la polpa sembrava essere più succosa. Si sarebbero squagliati in bocca al contatto col palato.

Mariano li ripassò di nuovo nell’olio bollente tutti insieme. Il profumo di patate, pipi e melanzane si cominciò a spandere per tutta la cucina, dolce, intenso e appetitoso.

Peppino Cavallluccio aveva tagliato il pane:

“Secondo te un peperoncino intero ce lo mettiamo?”

“Sano, sano?”

“Eh.”

“Perché no.”

“Ma come la chiamiamo questa ricetta?”

“Papà, patate, pipi e melanzane frijute.”

Peppino si versò un generoso bicchiere di vino.

“In effetti lo facciamo bene il vino. Lo potremmo pure vendere.”

“E poi noi che ci beviamo?” disse Mariano e posò una grandissima frissurata di patate, pipi e melanzane sul tavolo.

In due scoppiarono a ridere e brindarono alla loro nuova vita.

Per Mariano Cavalluccio non era più necessario pescare per mangiare, ora era necessario coltivare l’orto. Pensò, quinid, che per fare ciò che si voleva e non quello che si doveva bastava cambiare la necessità.

 

FINE

 

Questo racconto è stato creato dallo scrittore e regista CLAUDIO METALLO, autore nel 2014 del suo primo romanzo ‘Come una foglia al vento-cocaine bugs’ (www.casasirio.com/scheda-prodotto?prodotto_id=7).

 

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