TRAERTE, AL DI LA’ DEL FIANO E DEL GRECO

Uno spirito libero si aggira tra le viti, con animo inquieto raccoglie la terra e pensa oltre l’umano. Superata la frontiera della coscienza, nel bagno di luce della carne che diventa ombra, nessuna verità dimora in questo universo. La vita si agita nel vigneto. Un pugno stringe la terra. Vivere il mondo al di là del proprio corpo, dispersi nella radura inquieta di passioni ed istinti, con l’incanto furioso dell’amore eterno.

Nelle venature della pioggia e nelle gocce che danzano tra le foglie si dirada la nuvola del pensiero. E torna la luce.

Accarezzato un grappolo che sa d’infinito, Raffaele, interroga i vitigni per perdere saggezza e ritrovare il selvaggio. Ed è forse qui, quando i vitigni perdono l’innocenza e si trasformano in una cascata di cavalli furiosi che nasce il vino. Da questo bisogno contraddittorio ed umano di scovare la verità oltre il visibile. Ecco. E’ la verità imperfetta e stupenda che brilla incauta, incerta nel procedere contraddittorio dei cieli. E’ la culla del vino.

La soglia che sempre torna. Il suo unico destino. Principio e fine senza mai essere iniziato. Una vera falsità, una falsa verità. Il vino è nato. La campagna viva di ambiguità accoglie il nascituro e canta muta la terra e il vento. Raffaele continua a camminare. Cristallino, nel suo mistero di sapori, il vino scorre nella nebbia della coscienza. Tutto è oltre la morale. Tutto è oltre. Tutto è la vita, al di là del bene e del male. Come il vino che sincero dona il dubbio nell’allegria di danzare come se non fossimo mai stati. Il vitigno chiude le sue braccia. Raffaele, si lascia cullare. Ed è di nuovo VINO.
Nessuno assoluto gravita giudicante nei cosmi. Forse le viti lo sanno, madri del vino e dell’ebrezza. Le verità sono solo costrutti temporali dell’uomo vittima delle sue paure e del suo tempo.

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